Nasce MiniAste.com il nuovo modo di acquistare

Si chiama http://www.miniaste.com ed è il nuovo sito Di aste Live che accompagna gli utenti alla scoperta delle Aste Live dove  Non regna la fortuna come le Sempre più comuni aste a ribasso, ma l’astuzia dell’utente nell’offrire al momento giusto, prima dello scadere del tempo!

Il sito risponde alle tante domande e curiosità di Nuovi utenti che si Affacciano sul mondo delle Aste Live, O che per la prima volta si trovano su internet con una Piattaforma Web 2.0 di estrema semplicià di utilizzo. Non è una lotteria! Non è fortuna! Con un pizzico di astuzia Si risparmia in media il 90% sull’acquisto di prodotti nuovi e garantiti.

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L’importanza del dominio Internet per un’azienda

Ho letto Re-Brand di Mirko Nesurini, un’analisi davvero avvincente sui cosiddetti “sleeping brand”, su come risvegliarli e su come valutare se sia meglio puntare al loro risveglio o alla creazione di un brand ex novo. nome dominio

Tra i vari argomenti trattati, ho provato un naturale interesse ogni volta che l’autore ha parlato di Internet, e in particolar modo di quanto la coincidenza tra il marchio e il nome di dominio sia un fattore chiave per il marketing, ma non per la giurisprudenza, che talvolta si muove un po’ a caso in questo territorio inesplorato.

Nel 2001 a Firenze per il caso Blaukpunkt.it il giudice ha stabilito che registrare un dominio coincidente col nome di un marchio esistente è legittimo in quanto il nome del dominio non implicherebbe un richiamo al marchio o al prodotto venduto.

Nel 2003, invece, Giorgio Armani si è presentato davanti al giudice assieme all’imprenditore Luca Armani, proprietario di un timbrificio, che aveva registrato il marchio Armani.it. In quel caso la sentenza decretò che il dominio doveva andare di diritto alla società il cui marchio era maggiormente conosciuto, e dunque allo stilista, al quale il dominio è stato poi riassegnato.

E’ stato forse il caso più eclatante: di solito si tende infatti a raggiungere un compromesso, come i Ramazzotti, cantante e distilleria, che si sono accordati su Ramazzotti.it per l’amaro e Ramazzotti.com per Eros (Mirko Nesurini, Re-Brand).

Il tutto ci riporta ad un’assenza di legislazione in materia di nomi di dominio, la cui coincidenza col marchio è, come si è detto, fondamentale.

Oggi è infatti buona norma, per un’azienda nascente, controllare quali domini sono liberi prima di deciderne il nome: dal Web non si può più prescindere.

fonte: blogimprenditori

Come promuovere la propria azienda con i Social Media?

Si fa un gran parlare ultimamente di social media, di Twitter, FriendFeed e Facebook così come di tutti quei mezzi che permettono una interazione diretta tra le persone e, perché no, tra le aziende.
Ma quali benefici potrebbe avere un’azienda nel creare il proprio profilo sociale?
Partiamo con il dire che, come per ogni cosa, un approccio approssimativo e superficiale alla cosa non solo non è funzionale alla “causa” ma decisamente deleterio. social-media-tracking
Un marchio oggi impiega pochissimo tempo a “bruciarsi” visto che sufficiente parlarne male online, cosa decisamente semplice e molto “virale” nell’ambito dei social network.
Ma allora quali sono le regole da seguire, le cose da fare e non fare e come ci si deve muovere per poter far si che il marchio della propria azienda si rinforzi attraverso il cosiddetto “buzz”?Gli amici di Ninja Marketing hanno cercato di dare una risposta a queste domande, ed hanno fornito delle linee guida, delle interessanti strade da seguire per chiunque si volesse buttare nel social.
In pratica il concetto per avere il successo di un marchio in ambito sociale sta nel capire la forza del piccolo, nel partire dal micro per arrivare al macro: secondo Valeria Martoni, mentre in passato la posizione ufficiale di una compagnia era l’unica posizione pubblica da essa espressa, oggi il lato pubblico di un’azienda è costituito da un’insieme di diversi elementi. Questi ultimi dovranno essere allo stesso tempo molteplici e coerenti fra loro.
Essenzialmente, si tratta di arrivare al macro attraverso un insieme di micro che vanno dagli impiegati ai partner dell’azienda.
Ma quali sono le regole, i passi che si devono seguire in pratica, per ottenere successo, o almeno per tentare di ottenerlo?

Da fare

1. Comprendere che il social media marketing è più efficace quando è un dialogo aperto e trasparente e non un modo di veicolare messaggi promozionali.
2. Prendersi il giusto tempo per ascoltare la voce diretta dei propri consumatori e delle persone coinvolte in conversazioni digitali che riguardano il brand prima di mettersi in gioco.
3. Dare ai social media il rispetto che si deve a ogni strategia di marketing credibile e sviluppare un piano che include scopi, obiettivi, misurazione del successo e direttive di contenuto dal valore aggiunto.
4. Rendersi conto che bisognerà dedicare delle risorse che comprendono tempo, denaro e risorse umane significative.
5. Comprendere i benefici, così come le limitazioni, di strumenti e tecniche come i blog, i social network, Twitter, etc. prima di dar vita all’iniziativa.

Da non fare

1. Non supporre che il social media marketing sia qualcosa di miracoloso che può trasformare un prodotto o servizio povero di qualità in un super brand.
2. Non lanciare un piano di social media marketing senza che la tua organizzazione (inclusi i manager, i PR, il dipartimento legale, etc.) ne comprenda i rischi e allo stesso tempo i benefici e ne abbia definito la direzione perchè i social media cambieranno le dinamiche del business.
3. Non lanciare una strategia sui social media senza averla prima processata internamente in modo da poter ricevere da ogni dipartimento le informazioni appropriate.
4.Non scegliere come supervisore una persona che non comprenda l’impatto della cultura dei social media (onestà, trasparenza, autenticità) e non abbia uno spirito di generosità.
5. Non iniziare una strategia sui social media finché non desideri che la tua azienda sia percepita come innovativa, orientata al cliente e proiettata verso il futuro.

Con queste poche regole non possiamo essere certi del successo nella promozione di una azienda, ma siamo sicuri di praticare i passaggi corretti per fa si che ciò avvenga.

L’importanza del marchio: il valore del brand Google cresce del 25%

Chi fa impresa lo sa: il valore di un’azienda si compone di molteplici voci e parametri talvolta scorporabili, ognuno dei quali può diventare una risorsa economica quasi indipendente, un “tesoretto” in grado di aumentare il proprio valore non sempre e non necessariamente in modo uniforme rispetto agli altri fattori e alle convergenze economiche del momento. A darne conferma, relativamente al valore del marchio, sono i dati espressi da Interbrand sul valore economico dei primi 100 marchi, classifica stilata ogni anno e sempre molto interessante. coca-cola_03092008143819

La classifica Best Global Brands, giunta alla sesta edizione, identifica i marchi che hanno ottenuto e mantenuto le migliori performance competitive sul mercato mondiale. Non entro nel nel “>nel “>merito dei complessi criteri in base ai quali la classifica è stilata, ma i nomi indicati tra i primi 100 sono delle vere leggende e garanzie di durevole e planetario successo. La notizia positiva è che il calo medio registrato dal valore dei marchi inclusi nella top 100 è stato nel 2009 inferiore al calo del PIL mondiale, a conferma che il marchio è un’ottimo investimento per le aziende.

Per la cronaca, la classifica 2009 conferma ai primi tre posti  Coca Cola (valore del brand 68,7 milioni di dollari, +3% rispetto al 2008 e 123 anni di storia), seguita da IBM (60,2 milioni, +2%) e Microsoft (56,6 milioni, -4%).  Il vero fenomeno della classifica è però Google, che prosegue la scalata arrivando dal decimo al settimo posto posto “>posto “>dietro Nokia (in lieve calo) e McDonald’s (in crescita, sale dall’ottavo al sesto posto) con un valore vicino ai 32 milioni di dollari ed una variazione rispetto al 2008 pari a +25%.

Il caso in negativo sembra essere invece quello della Sony, probabilmente per l’eccessiva proliferazione di “marchi marchi “>marchi “>figli” come Vaio, Playstation, Sony Ericsson, etc., che tolgono visibilità al marchio marchio “>marchio “>principale e richiedono forti invesimenti per il lancio pubblicitario. Si tratta di una strategia in controtendenza che sembra aver contribuito a determinare il -12% registrato quest’anno dal marchio Sony (valore stimato 12 milioni di dollari). Un caso da valutare con attenzione, perché molte aziende ritengono che presentare un ventaglio di marchi rappresenti un plus in termini d’immagine, ma questa strategia costa molto ed indebolisce il brand principale.

La classifica vede 8 marchi americani nelle prime 10 posizioni, insidiati soltanto soltanto “>soltanto “>dalla dalla “>dalla “>finlandese Nokia (valore valore “>valore “>valore “>stimato 35 milioni di dollari) e dalla giapponese Toyota. Il primo marchio italiano, Gucci, occupa soltanto il 41esimo posto (valore stimato 8 milioni di dollari), seguito da Prada, Ferrari e Armani (tutti vicini alla 90esima posizione e con un valore medio attorno ai 3,5 milioni di euro). Protagoniste in negativo Citi, -49% e American Express, -32%, insieme ad altri marchi del comparto finanziario.

Fonte: www.interbrand.com

Le opportunità offerte dall’ Information Technology: la creazione di barriere all’ entrata

Creare una barriera all’entrata vuol dire  aumentare la complessità che i nostri concorrenti devono affrontare per entrare nei nostri mercati. Rispetto agli anni ‘80, oggi perseguire questa strategia è più difficile ma ancora possibile. Pensate all’ attuale situazione riguardante la TV digitale terrestre. Fino  ad ora i decoder sono entrati con grande facilità nelle case dove non era già presente un decoder per la TV satellitare. Questo perchè le famiglie o per problemi di spazio o per non aumentare l’ impiego di apparecchiature, non hanno gradito l’ aggiunta di un nuovo decoder. Naturalmente, poiché la TV tradizionale è ormai in dismissione (in alcune province è già stata dismessa), le famiglie saranno costrette a dotarsi di decoder o a sostituire il televisore.

Ma la barriera che a noi può interessare maggiormente è quella che si crea attraverso una “dipendenza di maggiore qualità” del cliente rispetto a chi eroga un servizio. C’è il caso dell’ home banking: tutte le banche offrono ormai il servizio, ma la qualità dell’ applicativo e la facilità di utilizzo, unitamente alla varietà di operazioni che posso essere fatte sono differenti da banca a banca. Anche se non determinante, il servizio di home banking può avere peso nella decisione di scelta di una banca piuttosto che un’ altra. Oppure pensate ad Apple che ha accompagnato il suo Ipod con l’ applicativo Itunes. Nessun altro produttore è stato ad oggi in grado di offrire un simile servizio. Come tutti sapete l’ Ipod è il lettore MP3 più venduto al mondo.

Naturalmente, una volta creato il canale diretto con il cliente, è necessario mantenerlo vivo in modo da evitare che il vantaggio che abbiamo creato non venga con il tempo eroso. Itunes ad esempio viene costantemente aggiornato sia con nuove funzionalità sia con nuovi brani. Lo stesso vale per per le TV digitali: nuovi canali, servizi interattivi, etc… Tutto ciò può essere inquadrato in una strategia di consolidamento della relazione con il cliente e, di conseguenza,  di rafforzamento della barriera all’ ingresso. Allo stesso tempo l’ aumentare della qualità del servizio offerto  ai clienti attuali è determinante per acquisire nuovi clienti. Ho citato due esempi fra i più noti. Ma si possono immaginare gli scenari più svariati.

Di Marcello Sabatini,

Fonte blogimprenditori

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